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Confraternita di San Filippo Neri in Venosa (PZ)

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Cenni storici sulla chiesa di San Filippo Neri
e sulla omonima Confraternita

Non si può dire che siano mancati in passato, studi e ricerche sulla Chiesa di  San Filippo Neri e sulla Confraternita.

È indubbio, però, che durante il corso degli anni, si sia andato manifestando un rinnovato interesse storico-culturale per tali istituzioni di antica origine. Il Tempio, meglio conosciuto come la Chiesa del Purgatorio in quanto abilitata anche per celebrare riti esequiali, domina la piazza del castello quasi a sorvegliarla.

Un monumento prezioso, non solo nella sua fisionomia artistica ma soprattutto perché ha visto forgiare le tante anime impreziosite dinanzi a Dio grazie          all' ausilio dei tanti canonici animati di fede e cultura che l’hanno arricchito di laici rinnovati nella fede e che riconoscenti, alcuni di loro si sono presi l'onere di custodirlo.

Il quartiere di San Nicola che prendeva il nome della Parrocchia, demograficamente cresceva, tanto da non poter più contenere i numerosi fedeli che accorrevano in chiesa per le pratiche religiose, allora si pensò di costruire una nuova sede parrocchiale dedicata a San Filippo Neri ubicandola in un luogo più centrale e più grande. Ivi, la Confraternita di San Felice anch' essa si portò nella nuova chiesa, prendendo poi il nome di Pio Monte dei Morti, le cui pratiche di culto erano naturalmente a carattere di suffragio, faceva celebrare messe per sé e "Pro  omnibus defunctis".

Tanto sapore religioso ha dato la Chiesa della Piazza, come spesso viene chiamata dai cittadini di Venosa, e da tanti, con sentimento nostalgico viene ricordato il periodo florido che l'allora Chiesa parrocchiale aveva saputo donare; era inserita in una storia particolare e che oggi con qualche accorgimento potrebbe essere reintegrata, con una più affinata metodologia senza essere legati a vecchi schemi, dal momento che non si può, visto la società e le mentalità collettive nelle loro evoluzioni e trasformazioni. 

Fu eretta a tempo del Vescovo Francesco Maria Neri da Tivoli, l'anno 1679 con le elemosine raccolte dai Confratelli del Monte dei Morti, come da diploma del 15 maggio dello stesso anno. In seguito fu accresciuta ed eretta sotto la cura del dott. Fisico Felice Antonio de Vitalianus, come attesta il Corsignani: Hanc autem pulcherrima aedem solertissima cura quondam del Vitaglianis Venusim auscit atque ornavit (His Mon P. Antonio Corsignani p. 37). (Questa bellissima cappella con cura premu¬rosa a suo tempo dal Dott. Medico Venosino Felice Antonio De Vitagliano fu innalzata e ornata).

Sorge in fondo all'antica piazza Castello. Ha una facciata artistica che ricorda l'opera di qualche valente architetto Romano fatto venire qui in Venosa dal mentovato Vescovo, o, come è più probabile, dal celebre Card. De Luca, allora uditore di Innocenzo XI, e molto devoto di S. Filippo. Al sommo dell'Altare Maggiore in cui ammirasi un dipinto su tela rappresentante S. Filippo che supplica la Vergine per la liberazione delle anime purganti, con aurei caratteri leggesi:

"Surgite defunti excelsis stat Gloria coelis Hic Magnum resonat religionis opus."

Epoca Sec. XVII - Autore Carlo Moratta (Camerino 1625 - Roma 1713)

(Risorgete Gloria dei cieli agli eccelsi defunti. Ecco qui risuona questo grandioso monumento religioso.)

Osservansi inoltre in questa Chiesa gli Altari del SS. Sacramento, dell'Addolorata, di S. Vincenzo dei Paoli e di S. Michele Arcangelo.

Nel soccorpo vi è un Altare in onore dell'Arcangelo San Raffaele, alla cui sommità leggesi:

D. O. M.

Educis Raphael deveniens polo Tobiarn incolumen mille periculis Nos defende malis nos quoque protege A.D. 1822

(traduzione: Arcangelo Raffaele che hai soccorso e reso incolume Tobia fra mille pericoli difendi anche noi e proteggici da ogni male) "Neppure quest'Altare esiste più perché il soccorpo è stato adibito a sala gioco per i bambini"

Cappella del SS. Sacramento

L'altare di questa cappella è del Sac. XIX di ignoto marmorario meridionale. Marmi ad intarsio, formato da un paliotto campito al centro da una croce entro una riquadratura. Due mensole sostengono la mensa; una decorazione geometrica in commesso ricorre sui gradini, volute ai capialtare. La portella del tabernacolo è d'argento, di ignoto argentiere napoletano, prima metà del sec. XIX, databile tra 1809 e 1824. Al centro della portella si vede un ostensorio tra nubi e testine di angeli.

Il pulpito appartiene al sec. XIX di ignoto scultore locale. È di pietra dipinta marmorizzata.

San Vincenzo dei Paoli

Questa scultura datata al sec. XVIII, di ignoto scultore locale, in legno policromo, purtroppo è da restaurare.

San Filippo Neri

È una scultura di legno policromo di ignoto scultore meridionale del secolo XVIII, conservata nella Sacrestia, non è stata intaccata dal crollo.

La Madonna Addolorata

Appartiene al sec. XIX, di ignoto scultore locale, di legno scolpito e intagliato. Sul petto è fissato un cuore d'argento trafitto da sette pugnali.

Si conservano, inoltre nella Chiesa, una scultura che rappresenta S. Raffaele e Tobiolo del secolo XVIII, di ignoto scultore policromo. Una tela che rappresenta S. Biagio dipinto da ignoto pittore locale del sec. XVIII. Questa tela proviene dalla Chiesa di San Biagio, oggi interdetta. Un dipinto su tela di ignoto pittore meridionale, fine del sec. XVII, rappresenta la Pietà. Sullo sfondo di un paesaggio collinare, soffuso dalle luci del tramonto, è rappresentata la Pietà. La Madonna, al centro avvolta da un manto azzurro, sostiene sulle gambe il corpo abbandonato del Cristo, aiutata da un personaggio, in basso a destra e da due angeli. Accanto alla croce un angelo, a fiamma intera, osserva la scena; in basso, in primo piano, i simboli della passione.

La statua di San Benedetto si conserva in sacrestia è dell'inizio secolo XIX, opera di un artigiano meridionale, in cartapesta policroma. Apparteneva al Convento S. Benedetto fondato nel 1641, qui furono trasferite le monache benedettine del Convento di Montalto. Purtroppo questo convento è stato demolito.

La Madonna Incoronata

Questa scultura è di legno policromo di ignoto scultore locale sec. XVIII, su un albero di grosso fusto ramificato, siede la Madonna, avvolta da un manto azzurro stellato e da una veste rossa. Ella stringe le mani ed è circondata da due angeli e una corona sul capo. Dei vandali rubarono negli anni 90 la corona e gli angeli, originali che furono subito sostituiti. La statua si trovava nella Chiesa di S. Benedetto, e nel mese di aprile, veniva venerata solennemente.

Altare di San Michele Arcangelo

Il dipinto che rappresenta San Michele Arcangelo su tela a olio misura cm. 200x149, datato al secolo XVIII, di ignoto pittore meridionale: San Michele è rappresentato con le ali spiegate, con corazza, elmo e calzari, nella mano destra la spada e nella sinistra lo scudo, lo sguardo rivolto in basso verso tre figure demoniache circondate da fiamme. In alto a sinistra e a destra si vedono dei cherubini, fortunatamente il quadro non è stato molto danneggiato dal crollo della volta.

Questi altari, tranne quello del SS. Sacramento, furono demoliti negli anni 50, per dare maggiore spazio alla Chiesa.

Risiede in detta Chiesa la Confraternita del Pio Monte dei Morti, fondata dal Vescovo Perbenedetti fin dal 12 dicembre 1612 e due anni dopo (28 giugno 1614) aggregata all'Arciconfraternita della Morte in Roma. A maggior illustrazione della Chiesa e della Confraternita suddette è utile riportare i seguenti documenti da noi ricercati in Curia:

"Ill.mo e R.mo Sig.re Giuseppe della Rocca di Venosa, odierno Priore della Ven.le Confraternita del Monte dei Morti, di detta Città, e li fratelli di essa devotissimi Oratori di V.S. III.ma riverentemente l'espongono, come la Chiesa di S. Nicola di Donna Bella, dove sta eretta il patrocinio di S. Felice e compagni, è sì augusta che non è capace non solo delle persone che concorrono alla devozione e feste che si fanno in detta Chiesa, ma nemmeno delli medesimi fratelli, particolarmente concorrendovi quantità di popolo all' esposizione del SS.mo delle quaranfore, che si fa ogni anno nell'ultimi giorni di Carnevale nella medesima Chiesa per levitazione delti bagordi, e non potendosi ampliare per la gran ripugnanza delli vicini in voler vendere e molto meno donare alla predetta Chiesa qualche quantità di terreno, o parte delle loro case, determinarono d'edificare un'altra Chiesa decente, ed in un luogo più cospicuo per aumento del culto divino, e per le de funzioni, e perciò avendo supplicato l'Eccellentissima Signora Principessa di Piombino e Venosa per l'assenza del Sig. Principe suo marito a concedere agli Oratori un luogo nella Piazza pubblica dove si dice la rimessa; per di effetto, ne ottennero con eccesso di benignità la grazia come nell' 1strumento di donazione fatto per mano di Notar Giuseppe Palmiero, al quale etc. - Avendo dunque essi Oratori il sito convenevole per fare una nuova Chiesa decente, et anco praemanibus da duecento docati in circa di limosinaed anco altra quantità, benché non rilevante delli frutti avanzati dalli beni di detta Confraternita, vorrebbero dare esecuzione a questo pio loro desiderio, con edificare una Chiesa nel predetto luogo sotto il titolo del glorioso S. Filippo Neri, fondatore della Congregazione dell' Oratorio per suffragio delle anime purganti, devozione e comodità del popolo ed anco degli Oratori; supplicano intanto la pietà di V.S. Ill.ma a volerli dare la dovuta licenza per fare edificare la prefata Chiesa in conformità del disegno facendo, nella qual Chiesa ridotta in stato di potervisi celebrare messe, supplicano V.S. Ill.ma volerli concedere la traslazione di essa Confraternita sotto il medesimo patrocinio, nel quale oggi si trova con tutti li loro Ins. Ragioni, prerogativa, privilegi, e facoltà che presentamele godono nella predetta Chiesa di S. Nicola di Donna Bella, come anco a confirmarli tutte le regole della medesima Confraternita eretta sin dall' anno 1614 dalla chiara memoria di Monsig. Andrea Perbenedetti, predecessore di V.S.Ill.ma, che anco gode l'aggregazione dell'Arciconfraternita dell'Oratorio della Morte di Roma; ricorrono pertanto alla sua benignità di farli la grazia a quanto essi oratori le supplicano..."

Siamo orgogliosi di questo magnifico tempio del XVII secolo; esso appartiene a noi tutti anche di credo diverso.

In uno dei punti più centrale della città, ove ferve la vita, s'innalza come un sermone in pietra, silenzioso, ma eloquente testimone della grande verità che l'uomo non vive di solo pane.

Ogni tempio, oltre ad essere un monumento artistico, rimane pur sempre un monumento spirituale che rammenta agli uomini la fede, la speranza e la carità dei nostri avi.

Ritorneremo a pregare, a celebrare le sacre funzioni: l'ottavario solenne dei morti, la novena mattutina del Santo Natale, le SS. Quarantore, il mese di aprile all'Incoronata e tante altre pie pratiche di pie.



Contatti:


Confraternita di san Filippo Neri
Piazza Umberto I
85029 Venosa (PZ)
www.confraternitasanfilipponerivenosa.org
E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Essere Confratelli nel terzo millennio.


Incontro con gli aspiranti Confratelli della Confraternita di San Filippo Neri.

Prima di tutto, iniziamo questo incontro con la consueta preghiera che Gesù ci ha insegnato………….. Padre Nostro..

Non avrei mai immaginato di poter essere proprio io il destinatario a relazionare con degli aspiranti confratelli nel terzo millennio, è questo sinceramente mi lusinga. Di questa considerazione nei confronti della mia persona voglio umilmente ringraziare prima di tutto un sacerdote missionario che grazie a lui mi trovo ad essere il primo responsabile di questa confraternita il cui nome è Mons. Vincenzo Vigilante e, naturalmente mi sembra doveroso omaggiare l’assistente delle confraternite della diocesi Melfi – Rapolla - Venosa, padre Raffaele Ricciardi , ed infine il responsabile delle stesse Salvatore Cappiello, e naturalmente tutti i confratelli , che con il loro voto espresso liberamente mi trovo ad essere il Priore di questa venerata Confraternita. In questo caso sono ancora più lusingato, proprio in virtù del mio grande legame affettuoso, della confraternita, che mi onoro di rappresentare, ragione per la quale cercherò di dare il meglio di me; e per onorare la carica che ricopro da circa quattro anni in seno alla mia confraternita. In ogni caso mi fa sempre piacere essere tra gli amici, che stimo ed ammiro, particolarmente da diverso tempo per la loro maniera, scusatemi la battuta di essere confratello, e nello stesso tempo Priore pro– tempore in questo terzo millennio. Al di la però, quando lusinghiero sia per me aver ricevuto il vostro invito, ( nella parrocchia , devo dare atto che il compito che mi avete assegnato è piuttosto delicato. Qui non si tratta di relazionare con persone che potremmo chiamare veterani di una confraternita , qui si tratta di tracciare delle linee guida sul modo di intendere l’essere confratello al mondo di oggi a persone che ancora devono diventarlo. Da qui la delicatezza del compito, perché infatti devo cercare di illustrare a voi vi apprestate a divenire parte integrante di questo tessuto confraternale, quello che vi aspetta e che per certi versi dovete osservare, ma il tutto devo dirvelo in maniera incisiva e credibile, il che non è cosa facile, anche per noi, in seguito, vi scontrerete a volte ( siamo realisti su questo ) con una realtà e con una prassi che non sempre rispondono a quelli obiettivi che sto per illustrarvi. Addirittura io dico che ci staranno delle occasioni in cui forse, potrete anche rimanere in una situazione di confusione, in quanto le aspettative che avevate prima di entrare a far pare della confraternita, potranno essere deluse.

Devo comunque dire, per ragioni di giustizia e di obbiettività, che questa confraternita di San Filippo Neri in particolare, ha già svolto circa quattro anni, un grosso lavoro per poter divenire una realtà in linea con quelli che sono i principi alla base dell’essere confraternita. Spero anche io, nel mio Sodalizio, di portare un po’ di San Filippo Neri, nella prassi, naturalmente!!

Comunque ho già iniziato in tal senso. Io penso che non si possa parlare di quello che può significare essere confratelli nel terzo millennio, senza prima fare un veloce excursus ( divagazione ) di carattere storico su come e quando le confraternite sono sorte. Io poi, in particolare,sono uno di quelli profondamente convinto del fatto che non si può affrontare il futuro, senza conoscere il passato. Nel caso poi delle confraternite, a maggior ragione questo ha la sua importanza, proprio in virtù del glorioso passato che queste nostre istituzioni hanno alle loro spalle. E diciamo quindi che gli storici sono concordi nel ritenere il medioevo la data di origini del fenomeno confraternale propriamente detto, anche se non è sempre chiara la distinzione tra confraternite e altre forme di aggregazioni laicali. Abbiamo notizie di aggregazioni laicali in tutta Europa già dal decimo secolo.  Nel tredicesimo secolo le confraternite si erano diffuse ovunque: in Francia, Inghilterra, Spagna, Germania e Italia divenendo l’ alveo naturale nel quale si incanalò la vita spirituale dei laici devoti e di fatto salvarono la Chiesa dalla divulgazione della eresia. Nello stesso tempo costituirono un vero e proprio tessuto connettivo nel corpo sociale. Le Confraternite si moltiplicarono e si raggrupparono per lo più in tre grandi famiglie.

C’ erano le Confraternite di Mestiere, le quali univano attorno al culto del Santo Patrono i membri di una stessa professione. Esse erano nello stesso tempo luogo di festa e centri di mutuo soccorso. C’erano poi le Confraternite di Devozione, in cui generalmente sotto la protezione del Clero o degli Ordini Religiosi, si  raccoglievano tutti coloro che erano attratti da una stessa forma di pietà, come per esempio il culto alla Eucaristia o al Rosario.

C’ erano infine le Confraternite di Penitenti, che inizialmente si orientarono per lo più verso azioni concrete come la lotta all’ eresia; in seguito svilupparono un’ azione caritativa come l’ assistenza negli ospedali o al momento della morte.

Le opere di misericordia quindi, divengono uno dei cardini dell’ azione confraternale; e sono proprio queste associazioni che, nel medioevo, aggiungono alle sei opere di misericordia corporale, la settima: la sepoltura dei morti.

La confraternita di San Filippo Neri, ricordata meglio come quella dei morti, sorta nel 1579 e da me attualmente rappresentata, è proprio una di queste ultime confraternite, essendo sorta allo scopo di dare sepoltura ai morti poveri, che infatti venivano sepolti proprio nelle due cappelle del cimitero di proprietà della stessa.. Insomma il solidarismo e la carità verso il prossimo erano per queste confraternite il principale obiettivo. Riprendiamo però il discorso un po’ più puramente storico. I secoli trascorrevano e le Confraternite si sono trovate a dover affrontare sempre nuove realtà ma, diciamolo pure, si sono sempre adattate alle nuove realtà, proprio perché formate da laici, che vivevano la loro quotidianità e portavano in seno alla confraternita tutto il loro bagaglio di esperienza, le loro aspettative e le loro speranze. In parole povere le confraternite non sono mai state composte da gente che viveva al di fuori della realtà; e a questo si deve anche il perdurare della loro vita e della loro vitalità, nonostante la sferza implacabile del tempo. Proprio tra il 1600 ed il 1700, quando tra l’ altro sono sorte quasi tutte le Confraternite della nostra Diocesi, le Confraternite costituivano una rete associativa parallela alla struttura parrocchiale, ma di essa più potente sia per il numero degli aderenti, tutti militanti, quindi né passivi, né occasionali, sia per il loro potere sociale ed economico. Esse sopperivano a quei bisogni religiosi che non trovavano adeguata soddisfazione nelle strutture parrocchiali. Con questo e quanto sto per dire, spero di non apparire in controtendenza con quelle che sono le direttive pastorali del Vescovo di questa Diocesi, il quale vorrebbe la Confraternita svolgere maggiormente la sua azione nell’ ambito della Parrocchia in cui ha sede, ma effettivamente a quei tempi succedeva un po’ quello che succede ancora oggi. Cioè le parrocchie a volte non riescono a rispondere alle attese di tutti e, alcuni di quei tutti trovano il loro approdo proprio nelle confraternite.  Ciò ho detto non per polemica, ma esclusivamente per citare quello che incontrovertibilmente è un dato di fatto.

Per dovere di completezza, devo anche dire che grandissimo è sempre stato il ruolo in campo culturale delle confraternite, nel tramandare usi e costumi popolari che sarebbero, senza questi gelosi custodi, andati persi o dimenticati.

Fatto quindi questo doveroso accenno storico, indispensabile per capire in quale contesto siano nate le Confraternite, passiamo all’argomento vero e proprio della nostra, spero fino ad ora, non noiosa disquisizione.

Carissimi amici della Confraternita di San Filippo Neri, entriamo nel merito di quello che deve significare essere confratelli  ( = come fratelli ovvero con i fratelli sono uguali tra loro, sono tutti figli di Dio, si pensi inoltre al nome compagnia dato alle prime confraternite, che deriva da cum- panis, ossia colui o coloro con cui si divide il pane ;  invece cosa  potrebbe significare oggi essere confratello nel terzo millennio. Notate bene: ho detto “quello che deve significare essere confratelli” e non “quello che per me significa essere confratelli” nel terzo millennio. Perché questa precisazione?

Per il motivo semplicissimo che secondo i nostri Statuti “la Confraternita è una associazione pubblica di fedeli”, e quindi essa è automaticamente ed indiscutibilmente tessuto stesso della Chiesa; anzi è Chiesa a tutti gli effetti, per cui le sue prerogative sono universali e valide per tutti, indipendentemente dal luogo in cui si trova e dalle persone che la rappresentano o ne fanno parte.

Se qualcuno attribuisce ad una Confraternita una prassi ed una sostanza diversa da quello che è la Chiesa, vuol dire solo due cose: o che quel qualcuno ha sbagliato associazione umana a cui aderire, oppure che se una confraternita agisce non in sintonia con la Chiesa, è fuori dalla Chiesa stessa. Potrebbe sembrare il mio discorso un po’ integralista o forse più da Assistente Ecclesiastico che da Priore o da laico in genere, ma se ci pensate bene le cose stanno proprio così. Nel momento in cui è stabilito che la Confraternita è Chiesa, il Priore di essa è il capo di una comunità religiosa e non di una qualsiasi associazione o di un circolo o di un partito politico; di conseguenza il suo fare ed il suo dire devono convergere con quanto stabilito dalla Chiesa. Ecco perché, essendo io Priore di una confraternita, devo assolutamente parlare così. Riprendiamo quindi il discorso interrotto con la mia considerazione. All'inizio del terzo millennio, in una società multirazziale e a cultura sovra-nazionale, nell'era della tecnologia sempre più sofisticata, della posta elettronica, della realtà virtuale, della globalizzazione generalizzata, ha ancora senso approfondire e promuovere il sentire religioso e, soprattutto, hanno attualità e futuro le Confraternite?

La risposta, anche se potrebbe sembrare difficile, in realtà è semplice.

La Confraternita può risultare ancora attuale ed utile purché, in ideale continuità con i tanti meriti della sua storia, ridisegni il suo impegno in funzione di una realtà socio-culturale che ha subìto capovolgimenti planetari, in tema di relazioni umane e di tensione etica orientata al senso del bene comune. La Confraternita può risultare elemento determinante nella guerra contro le numerose nuove povertà e le droghe che assediano la nostra modernità: ingiustizia, assenteismo, indifferenza, sopraffazione, edonismo, riaprendosi al dovere dell' accoglienza ed alla cultura della gratuità.

Dopo questa ulteriore premessa provo a rispondere alla domanda: “cosa significa allora essere confratelli nel terzo millennio?”. Cercherò di rispondere facendovi un’ altra domanda: pensate forse che essere confratelli in questo che chiamiamo terzo millennio sia diverso che esserlo stato cinquant’ anni fa, o due secoli fa, nel 1800, o quattro secoli fa, nel 1600?

Orbene io non so esattamente quando la Confraternita di San Filippo  sia stata fondata, anche se presumo nella prima metà del 1500, ma sicuramente lo spirito che ha mosso i vostri predecessori non è diverso da quello che è lo spirito con cui si deve aderire oggi ad una confraternita e quindi allo spirito con cui si vuole manifestare il proprio essere Chiesa. Ne sono certo.

Dobbiamo riflettere quindi su due aspetti che definirei, mi si passi il termine, “paralleli”… come operavano le confraternite nel passato… come operano adesso…

Come operavano nel passato lo abbiamo detto.

Siamo nel terzo millennio e possiamo sicuramente affermare che ancora Fede e Carità sono le linee guida di questi nostri antichi sodalizi, anche se col passare del tempo l’ aspetto caritativo e di solidarietà è stato un po’ superato dall’ aspetto devozionale che a volte può anche trascendere in consuetudini fuori dalla ortodossia. Tocca comunque sempre ai responsabili delle confraternite vigilare affinché quelle che da molti vengono chiamate tradizioni e che in realtà sono solo usanze, non prendano il sopravvento su quella che è invece la Tradizione della Chiesa.

Cosa è, vi chiederete, la Tradizione della Chiesa?

Questo è un argomento così complesso che non con le mie, ma con parole mutuate da altri più competenti di me, andrò a definire. Cosa è quella che i Padri, i Dottori e i Teologi della fede chiamano Tradizione ?

La parola Tradizione connota in primo luogo l’evento che sta all’origine di tutta la vita della Chiesa: “Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16); “... nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato ed ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). E’ questo incredibile fatto, l’auto-consegna (tradidit - traditio) del Figlio unigenito all’uomo, la sorgente non solo iniziale ma unica, continuamente zampillante, poiché sempre eucaristicamente presente di tutta la vita della Chiesa. Ecco perché al principio del Cristianesimo non sta un libro: sta una Persona che si dona in un atto di amore quo maior cogitari nequit. Ecco perché al principio sta l’Eucarestia che di quell’atto è la presenza permanente: “fate questo in memoria di me”. Ma come ogni proposta di amore, anche questa non raggiunge la sua piena realizzazione se non è accolta, se non è consentita. L’Evento originario si compie nell’accoglienza che ne fa la prima comunità: la comunità mariana apostolica.

Ciò che in questo incontro originario è accaduto, “ciò che avevano ricevuto dalla bocca di Cristo vivendo con Lui e guardandolo agire ... ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo” gli Apostoli lo trasmisero: è la TRADIZIONE APOSTOLICA, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati. E’ questo il tesoro più prezioso della Chiesa: ciò di cui essa vive. La fede e la vita della Chiesa rimarrà per sempre la viva eco suscitata dalla Tradizione apostolica. Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all’incremento della fede; così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede: è la TRADIZIONE ECCLESIASTICA. . Essa è quello stesso Evento di donazione che fu accolto da Maria e dagli Apostoli per mezzo dello Spirito Santo, e che dagli apostoli fu trasmesso alle comunità dei credenti, diffondendosi sempre più lungo i secoli in ogni luogo. Dentro a questo fiume noi siamo immersi; fuori di esso noi moriamo. Essa non è solo insegnamento: è nella sua sostanza vivente comunicazione di esperienza.

“La Chiesa è il corpo del Signore, nel proprio insieme la sua figura visibile, la sua umanità permanente e sempre ringiovanentesi, la sua rivelazione eterna; egli risiede tutto nel tutto, al tutto ha lasciato le sue promesse, i suoi doni, a nessun individuo per sé solo dopo il tempo degli apostoli. Questa comprensione complessiva, questa coscienza ecclesiale è la tradizione nel senso soggettivo del termine. Che cos’è dunque la tradizione? Il senso cristiano specifico presente nella Chiesa e propagantesi attraverso l’educazione ecclesiale, senso che non va tuttavia pensato senza il suo contenuto, ma che si è piuttosto formato con esso e per mezzo di esso, si da meritare il nome di senso compiuto. La tradizione è la parola ininterrottamente vivente nel cuore dei credenti.

A tale senso quale senso complessivo è affidata la spiegazione della Sacra Scrittura: la spiegazione da esso data in materia discussa è il giudizio della Chiesa, e la Chiesa è pertanto giudice in materia di fede. La tradizione in senso oggettivo è la fede complessiva della Chiesa espressa nelle testimonianze storiche esterne lungo i secoli”.Spero che sia chiaro allora cosa significa quando parliamo di Tradizione, nel senso di Tradizione della Chiesa, e quando parliamo di tradizioni; queste ultime sono l’ insieme di tutte le pratiche in uso nella confraternita, legate ai modi espressivi della fede e che pertanto hanno un carattere transeunte.

Dunque i punti cardine dell’ attività confraternale, dopo quasi un millennio, sono: Fede e Carità.

A conferma di quanto vi sto dicendo, voglio citarvi alla lettera il testo di una intervista fatta al Cardinale Tarcisio Bertone, Arcivescovo di Genova, in occasione di un  Cammino di Fraternità delle Confraternite delle Diocesi d’ Italia, svoltosi proprio a Genova.

DOMANDA: “Eminenza, le Confraternite camminano nella Chiesa e per conto della Chiesa; sono state mandate nella Società per operare secondo i principi di Fede e Carità. In questo senso dove vanno le Confraternite nel terzo millennio? Quale futuro?”

RISPOSTA: “E’ il futuro dei loro antichi Statuti, perché le finalità sono, dico la parola, inossidabili; le finalità delle Confraternite rappresentano un progetto di vita di estrema attualità.

Cioè: testimoniare visibilmente e pubblicamente, senza paura, la fede cristiana, ma nello stesso tempo testimoniare la fraternità e la carità nella Società, verso le persone più bisognose.

Credo che questo sia un impegno, un’ esperienza, che può ravvivare la speranza nella nostra società così confusa, oggi a volte così delusa per tanti segni negativi.”

Queste le parole espresse dal Cardinale Tarcisio Bertone che, come avete sentito, concettualmente confermano anche quello che vi ho detto all’inizio, quando ho posto il quesito: pensate forse che essere confratelli nel terzo millennio sia diverso che esserlo stato nel passato? … ed aggiungo ora, pensate che in futuro sarà diverso? Certo che no, dal punto di vista sostanziale, e ciò proprio in virtù di quella menzionata inossidabilità dei principi sanciti nei nostri Statuti, che si rifanno alla Fede ed alla Carità.

Semmai diverso sarà il modo di manifestare la propria fede e diversi saranno i soggetti verso cui si rivolgerà l’ azione di carità. Non è più pensabile infatti che ci si dedichi alla sepoltura dei morti poveri o a dotare le fanciulle povere in età da marito, come dicevo precedentemente di alcune confraternite del passato.

Insomma, come penso che sia stato chiaro fin dall’ inizio di questa mia conversazione, essere confratelli nel terzo millennio, equivale semplicemente ad osservare quei pochi ma ferrei dettati che sono sanciti all’ inizio degli Statuti di tutte le Confraternite, quali ad esempio: condurre vita esemplarmente cristiana, dare testimonianza della propria fede ecc. Andiamo dalla teoria alla pratica; nessuno ci obbliga ad essere confratelli, quindi se non si vuole condurre vita esemplarmente cristiana si può benissimo fare a meno di iscriversi ad una confraternita, ma se si fa questo passo, quello che si è fatto diventa un impegno, soprattutto perché bisogna dare testimonianza agli altri della propria fede.

Oggi soprattutto, che paradossalmente i cattolici subiscono quotidianamente una vera e propria persecuzione da parte dei mass media e di quanti vogliono livellare ed annullare tutti i valori umani per propri interessi politici ed economici, proprio oggi il confratello ha il dovere di dare testimonianza con la propria coerenza di vita. Il Confratello, in quanto battezzato e soprattutto cresimato, ha il dovere di opporre al non credente o a chi la fede l’ha persa, la propria fede e deve combattere attivamente affinché alla fede Cristiana non venga fatta offesa da nessuno. Deve essere quindi un vero e proprio soldato di Cristo e paladino della fede. Oggi il cristiano ed il confratello, devono fare anche i conti con una mutata realtà che vede molti allontanarsi dalla fede nella Chiesa per andare verso forme pseudo religiose quali i testimoni di Geova o altre sette ancora. Se non si è coerenti nella propria fede e non la si manifesta soprattutto senza paura a queste persone, come si potrà essere strumenti di conversione?

A questo proposito voglio fare un breve cenno alle nostre manifestazioni esterne; mi riferisco alle processioni.
Cosa è la processione? La processione è un corteo di fedeli che percorre un cammino dietro la croce, per testimoniare pubblicamente la propria fede. Ma se questa fede si ha la pretesa di manifestarla in maniera poco seria e poco credibile, e non voglio entrare comunque nel merito delle degenerazioni che tante volte vi sono anche durante le nostre processioni, che testimonianza si darà agli altri, soprattutto a quelli che credono poco o non credono affatto?

Quando invece la manifestazione esterna è preceduta da una adeguata preparazione, quale la partecipazione ad una efficace catechesi o ad azioni liturgiche con l’accostamento al sacramento dell’Eucarestia, allora la propria presenza ad una processione, può davvero diventare motivo agli altri di edificazione e conversione. Tutto questo presuppone un cammino continuo da svolgersi nell’ arco di tutto un anno e a questo sono chiamati ad esprimersi in sinergia le Amministrazioni della Confraternita e l’ Assistente Ecclesiastico.

Essi devono essere il motore propulsore che deve trascinare gli iscritti e che, oltre che stimolarne la presenza alle varie occasioni di incontro in seno al sodalizio, devono sforzarsi di trasmettere ad essi l’ entusiasmo necessario per una presenza attiva nel sodalizio stesso. Sono queste tutte cose facili a dirsi, ma nella pratica, molto spesso , le cose vanno diversamente. Fortunatamente quanto da me auspicato, in San Filippo Neri,  è già realizzato, come ho detto prima, da molti anni; prova ne è anche l’ incontro con voi di questa sera.

Infatti, indipendentemente da quanto possa aver detto il sottoscritto, è un fatto molto positivo che prima dell’ ingresso nella confraternita, l’ aspirante confratello compia un percorso formativo che lo renda pienamente cosciente di quello che sta per fare, o meglio ancora, diventare. Voi qui presenti, che siete aspiranti confratelli nel nome di San Filippo Neri, siete certamente più fortunati di tantissimi altri entrati in questa confraternita molti anni prima di voi. Certamente questi sono confratelli a tutti gli effetti, ma quanti tra essi hanno la piena consapevolezza del peso, sì diciamo pure del peso, della responsabilità di cui ci si fa carico verso Dio e verso il prossimo, nel momento in cui si pronunzia il proprio impegno al momento della vestizione?
Detto questo, cos’ altro aggiungere? Chi vi ha parlato fino ad ora non è certamente una persona dotta nel campo della Chiesa, non essendo uno che ha compiuto studi approfonditi in campo teologico, e diciamolo pure confraternale; comunque ho sempre avuto il cuore in queste cose. Non ho mai tenuto conferenze o discorsi in pubblico, a parte le mie “Relazioni del Priore”, in occasione delle assemblee della Confraternita  della Morte; questa è stata la mia prima esperienza in tal senso… e penso probabilmente l’ ultima dopo questa sera, vista la probabile insufficienza con cui mi sono espresso.

Di questo non è colpa mia; questo sono e questo so dire ed in questo modo so dirlo.

La colpa semmai è di chi mi ha invitato, che doveva sapere già quello a cui andava incontro. In conclusione: grazie davvero del cortese invito, grazie davvero per il paziente ascolto e tantissimi auguri ai nuovi confratelli di San Filippo Neri, affinché attraverso il suo esempio, possano essere un autentico modello di confratelli . Ecco, se San Filippo fosse vissuto oggi, sarebbe stato perfettamente in linea con quello che significa essere confratelli nel terzo millennio. Ma San Filippo  è vissuto tanti secoli fa, mi direte; questa allora è la dimostrazione che è vero quello che ho con tanti giri di parole cercato di far capire: cioè che lo spirito di vita confraternale, illuminato dalla luce della Tradizione della Chiesa, è immutabile nei secoli.

Di nuovo tantissimi auguri a tutti voi aspiranti confratelli.

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La Parola dell'Assistente

S.E. Rev.ma Mons. Mauro Parmeggiani - Vescovo di Tivoli

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Confraternita di san Filippo Neri in Venosa