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Prolusione per il Consiglio Direttivo del 31 gennaio - 1 febbraio 2014

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 Mons. Parmeggiani durante la Prolusione

Saluto dell'Assistente Ecclesiastico all’inizio dell’incontro del Consiglio Direttivo, 
del Collegio dei Revisori dei Conti, dei Coordinatori regionali e i loro Vice e Membri delle Commissioni della  Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia

Roma, 31 gennaio 2014

Signor Presidente, cari amici! 

Iniziamo con questo mio saluto due giornate che ci auguriamo feconde e piene di bene per la nostra Confederazione. 

Il luogo nel quale ci troviamo è a pochi passi dalla Tomba dell’Apostolo Pietro ed un primo pensiero va al suo Successore, l’amato Papa Francesco, che abbiamo avuto la gioia di incontrare il 5 maggio scorso. 

Suonano ancora nel nostro cuore le sue parole: “evangelicità”, “ecclesialità”, “missionarietà”. Un vero programma sul quale non rifletteremo mai sufficientemente. 

“Evangelicità”. Ossia mostrare attraverso la nostra vita comunitaria intrisa di Vangelo come il Verbo di Dio anche oggi voglia incarnarsi tramite noi.

Quanto è importante conoscere la Parola di Dio, leggerla e meditarla quotidianamente – con l’aiuto della Tradizione della Chiesa che ci insegna a leggerla – sia personalmente che come Confraternite. Ma cosa è la Parola di Dio? E’ la presenza reale del Verbo che piegandosi nelle parole umane si vuole comunicare a noi, ci viene incontro per suscitare la nostra fede. Ebbene il Papa ci ha invitato all’evangelicità non solo perché leggiamo maggiormente la Parola ma perché viviamo la nostra spiritualità come una “mistica”, ossia “uno spazio di incontro con Gesù Cristo”. Certamente per questo dobbiamo attingere costantemente da Cristo, rafforzare la nostra fede in Lui, curare la nostra formazione spirituale, la preghiera personale e comunitaria, la liturgia ma per camminare nelle vie della santità, ossia essere capaci con la nostra vita di far vedere Cristo al mondo, stimolarlo ad amarlo di più. Evangelicità vuol dire che tramite le nostre forme di pietà e di vita personale e comunitaria la gente possa anche oggi – tramite noi – leggere il Vangelo che è la presenza del Verbo che si piega a noi, nelle nostre povere esistenze. Povere ma arricchite da Lui e quindi ricchissime! 

“Ecclesialità” come capacità di vivere in profonda comunione con i vostri Pastori. Permettete dunque che qui rivolga a nome anche di tutti voi un cordiale saluto a tutti i vostri Vescovi e sacerdoti che con tanto amore vi accompagnano e seguono. Un pensiero particolare desidero elevarlo a quanti in questo periodo ci hanno lasciato e, con l’anima presso Dio, sicuramente continuano a seguirci e ad esserci vicini. Il Papa, affidandoci questa seconda parola: “Ecclesialità” ci ricordava come la pietà popolare di cui siamo espressione è “una modalità legittima di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa” (Documento di Aparecida, 264). E continuava: “Amate la Chiesa! Lasciatevi guidare da essa! Nelle parrocchie, nelle diocesi, siate un vero polmone di fede e di vita cristiana, un’aria fresca!”. 

La terza parola, infine, era “missionarietà” ossia il compito che abbiamo di tenere vivo il rapporto tra fede e le culture dei popoli a cui appartenete tramite la pietà popolare. Siamo grati a Papa Francesco per questa ulteriore parola perché la pietà popolare ha corso in un recente passato e nella mentalità di tanti sacerdoti e anche laici un po’ troppo perfezionisti e astratti ha corso il rischio di essere accantonata come roba vecchia, da museo, da soffitta… e invece no! Il Papa ci ha detto che tramite la pietà popolare noi possiamo congiungere anche oggi la fede con le culture dei popoli, della nostra gente. Sicuramente occorre una purificazione della pietà popolare ma anch’essa è un modo di vivere e trasmettere la fede che deriva dall’adesione piena al Vangelo di Gesù. 

Ma non basta! 

Il Papa ha ancora recentemente parlato della pietà popolare nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: un dono preziosissimo per la Chiesa, che vi invito a leggere per la sua freschezza, novità e semplicità di linguaggio nella quale ci esorta a vivere la fede con gioia e ad essere una Chiesa “in uscita”, capace di prendere l’iniziativa di andare a tutti, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare! 

Leggendo i numeri che riguardano espressamente – in questo documento – la pietà popolare (122-126) mi pare di vedere un approfondimento di quanto il Papa ci ha detto il 5 maggio scorso in Piazza San Pietro. 

Il Papa parla di come i diversi popoli nei quali è stato inculturato il Vangelo – e anche nella nostra lunga Italia i popoli sono sicuramente diversi – sono “soggetti collettivi attivi, operatori dell’evangelizzazione. Questo – scrive il Papa – si verifica perché ogni popolo è il creatore della propria cultura ed il protagonista della propria storia. La cultura è qualcosa di dinamico, che un popolo ricrea costantemente, ed ogni generazione trasmette alla seguente un complesso di atteggiamenti relativi alle diverse situazioni esistenziali, che questa deve rielaborare di fronte alle proprie sfide”. Pensate, dico io, alle sfide del relativismo, dell’indifferenza religiosa, di una educazione che manca di trasmissione di regole essenziali per la vita e vede gli agenti educativi disconnessi tra loro… pensate alle minacce alla famiglia dove prevale la cultura dell’unione provvisoria al di fuori dell’unione sacramentale o di un patto stabile ed aperto alla vita; pensate alla nefasta insistenza di parlare di genitore 1 e genitore 2 senza parlare più di padre e madre, aprendo così a quella possibilità, tutt’altro che teorica, che anche due persone dello stesso sesso possano essere riconosciute famiglie con la possibilità di adottare uno o più figli… E noi, ci dice il Papa, noi esseri umani siamo insieme “figli e padri della cultura nella quale siamo immersi”. 

Ecco perché è importante l’evangelizzazione intesa come inculturazione per evitare che fede e vita vadano progressivamente sempre più su binari non solo paralleli ma proprio progressivamente divergenti tra loro. 

Occorre dunque che pur appartenendo alle Confraternite, a queste forme di pietà popolare tanto belle ed importanti, come popolo evangelizziamo continuamente noi stessi. La pietà popolare se si lascia muovere dallo Spirito Santo più che da uno spirito di conservazione diviene allora una realtà in permanente sviluppo, dove lo Spirito Santo è il protagonista e continuerà da una parte a manifestare la sete di Dio che “solo i semplici e i poveri possono conoscere” e dall’altra a renderci testimoni dell’amore di Dio in un mondo culturalmente almeno all’apparenza a Lui lontano ma nel quale Dio, a chi lo cerca ed accoglie, dà capacità di generosità e sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede. 

E qui il Papa – siamo al n.124 dell’EG – continua la sua riflessione iniziata il 5 maggio sulla pietà popolare che definisce anche “spiritualità popolare” o “mistica popolare”, una “spiritualità incarnata nella cultura dei semplici” che non è vuota di contenuti bensì li scopre e li esprime più mediante la via simbolica che con l’uso della ragione strumentale e nell’atto di fede accentua maggiormente il credere in Deum che il Credere Deum. E questa pietà, dice ancora Papa Francesco, ci aiuta a uscire da noi, a essere pellegrini e missionari della fede. “Il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione”. 

Il Papa dunque ci difende ed esorta. Nella Evangelii Gaudium che è indirizzata innanzitutto ai Vescovi, ai presbiteri e diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici, scrive chiaramente: “Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!”. Anzi chiede di avvicinarsi a questa realtà della pietà popolare con lo sguardo del Buon Pastore che non cerca di giudicare, ma di amare perché “Solamente a partire dalla connaturalità affettiva che l’amore dà possiamo apprezzare la vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri”. Le manifestazioni della pietà popolare di chi guarda con amore e commozione a un crocifisso, a una immagine sacra, chi accende una candela, chi prega per un figlio malato e per lui offre sacrifici… non può – dice il Papa – vedere queste azioni unicamente come una ricerca naturale della divinità. “Sono la manifestazione di una vita teologale animata dall’azione dello Spirito Santo che è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5)”. 

Disconoscere la forza agente nel senso evangelizzante nella pietà popolare il Papa dice che sarebbe disconoscere l’opera dello Spirito. Anzi ci incoraggia e ci invita a leggere le forme di pietà popolare come un luogo teologico a cui prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione! 

Non dunque realtà da museo, rassegnate a scomparire, ma realtà nuove, vive e vivificanti nel nostro mondo bisognoso non di discorsi su Dio ma di toccare, sperimentare, vedere, commuoversi davanti a Dio! 

Tuttavia, sempre nella medesima Esortazione Apostolica, il Papa ai nn. 69 e 70 ci chiede di “accompagnare, curare e rafforzare la ricchezza che già esiste” – e quindi anche la pietà popolare – con una necessaria purificazione e maturazione! 

Scrive Papa Francesco al n.69: “Nel caso di culture popolari di popolazioni cattoliche, possiamo riconoscere alcune debolezze che devono ancora essere sanate dal Vangelo”… e le elenca: “il maschilismo, l’alcolismo – avrà partecipato a qualche processione delle mie montagne tiburtine?... – la violenza domestica, una scarsa partecipazione all’Eucaristia, credenze fataliste o superstiziose che fanno ricorrere alla stregoneria, ecc.”. Sì il Papa dice che c’è questo rischio in popolazioni di forte tradizione culturale cattolica ma poi aggiunge ridandoci speranza ed anche una grande responsabilità: “Ma è proprio la pietà popolare il miglior punto di partenza per sanarle e liberarle”. 

Il Papa poi mette in guardia da ciò che non è pietà popolare: “forme esteriori di alcuni gruppi, ipotetiche rivelazioni private che si assolutizzano… un certo cristianesimo fatto di devozioni, proprio di un modo individuale e sentimentale di vivere la fede…” che in realtà non corrisponde ad un’autentica “pietà popolare”. 

Qui il Papa ci rimprovera qualora fossimo caduti o cadessimo nel seguente pericolo: “Alcuni – scrive – promuovono queste espressioni senza preoccuperai della promozione sociale e della formazione dei fedeli, e in certi casi lo fanno per ottenere benefici economici o qualche potere sugli altri”. Qui dobbiamo stare attenti. Là dove si corrono questi pericoli dobbiamo intervenire, cari amici poiché sono queste forme che hanno prodotto negli ultimi decenni “una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico. – E il Papa davanti a questa constatazione di fatto continua -: E’ innegabile che molti si sentono delusi e cessano di identificarsi con la tradizione cattolica, che aumentano i genitori che non battezzano i figli e non insegnano loro a pregare, e che c’è un certo esodo verso altre comunità di fede”. E tra le cause di tale rottura oltre al soggettivismo relativista al quale già accennavo precedentemente, il Papa elenca: “la mancanza di dialogo in famiglia, l’influsso dei mezzi di comunicazione, il consumismo sfrenato che stimola il mercato, la mancanza di accompagnamento pastorale dei più poveri, l’assenza di un’accoglienza cordiale nelle nostre istituzioni e la nostra difficoltà di ricercare l’adesione mistica della fede in uno scenario plurale”. 

Con questi stimoli ed incoraggiamenti, richiami ed attenzioni che ci vengono dal Successore dell’Apostolo Pietro, iniziamo ora i nostri lavori. 

Sia questo il quadro di riferimento nel quale muoverci per programmare, progettare, pensare non soltanto “ad intra” la nostra vita di Confederazione ma anche e soprattutto “ad extra” perché, come ci ha ricordato il Papa, anche se abbiamo sicuramente qualcosa da migliorare, tanto, ma veramente tanto possiamo dare alla nostra gente, al nostro popolo desideroso di Dio, di quel Dio che passa anche attraverso la pietà popolare, le nostre confraternite, i nostri rapporti di vicinanza e solidarietà, di relazione fraterna di cui il popolo ha sempre più necessità in un mondo dove prevale la logica dell’io più che del noi e dello scarto di coloro che riteniamo marginali e non centrali per i nostri interessi. 

A tutti auguro buon lavoro. A tutti coloro che in questo periodo ci hanno segnalato fraternamente di aver avuto lutti, difficoltà, problemi ma anche gioie: assicuriamo la vicinanza nella nostra preghiera e andiamo avanti per portare a tutti, in fraternità, la Gioia del Vangelo!

Buon lavoro a tutti e grazie per avermi ascoltato.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli
Assistente ecclesiastico della Confederazione

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S.E. Rev.ma Mons. Mauro Parmeggiani - Vescovo di Tivoli

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